giovedì 29 marzo 2012

Ma forse il raggio verde non esiste

Finito il tempo delle mele. Non resta che assumere proteine. E sperare che passi. Ho abbozzato sorrisi vitaminici. Per rassegnarmi ciononostante ai malanni della stagione invernale. Come del resto ai tormenti di sempre.
Così oggi non importa se fuori c’è il sole. Io ho comunque freddo. E il gelo del mio eremo di carta si abbarbica su quella carne che neppure ero certa di avere.
Ho banchettato con allucinazioni che sapevano di cioccolatini assortiti. Ma non ho mai digerito. E gli incubi della notte esasperavano i sensi di colpa del giorno dopo. Debolmente prostrati dalle benzodiazepine che ancora adesso mi centellino. Fino alla dipartita dell’ultima attesa. E di me.
Temo non mi possa più dare. Per la disadorna ragione che non ci sono. Nei non luoghi del mio compunto sopravvivere come nelle ebbrezze dell’altrui vivere. Nella lista delle cose da fare come nell’oblio di incombenze che spettavano a me sola. E che ora non abitano più qui.
Restano un mucchio di voliere. Vuote. E il cinguettio che non odo.
Da quando i gabbiani hanno raccontato di avere visto il raggio verde ho desiderato che tutti lo vedessero.

venerdì 27 gennaio 2012

Del nulla e della smania di afferrarlo.

Il tempo non passa mai. Il tempo non è. E oggi ci sono pure due occhi in meno a leggermi. E persino io ho occhi diversi che mi guardano. Senza nemmeno la fatica di fare la mia conoscenza.
Mi domando se negli interstizi di un’esistenza fuggevole si abbia il tempo di sentire questo freddo. Di inseguire pietosamente parole che non dicano. E poi restare ammutoliti. Giusto all’ultima frase.
Questo maledetto senso di abbandono. Nei giorni che non sono. Il desiderio di afferrare qualcosa. Ora che il nulla è andato sprecato.
E sono attenta. E non so ancora lasciare gocciolare sull’impermeabile trasparente le parole altrui. E inzacchero sempre i miei tacchi in pozzanghere mai prosciugate.
Da che parte stare e perché non mi è dato sapere. Esserci comporta già una enorme fatica.
Come in quei giorni d’asfissia a respirare il mare. Come l’ultima notte senza principio né fine.
I capelli sono di nuovo corti.
E l’attesa è assai lunga. Pertanto.

lunedì 14 novembre 2011

L'isola non basta

Cadono calcinacci e io non so bene se voglio ancora portarmi un metro più in là. L’inquietudine è ancora un valore aggiunto al desiderio di cambiare. Per ridiventare ciò che eri.
Qui non vi sono saltimbanchi. Qui i pochi istanti d’allegria sono quelli in cui ti perdi nelle storie d’altri, inscatolate in tv sempre meno scatole. Qui le giornate cominciano e finiscono presto. Qui la vita si legge. Tutt’al più la si brama a ogni “poi” di turno. A ogni abulica illusione.
E qui ci sono io. Versione autunnale. Col mio carico di mansioni terrene, di debiti esistenziali e studiate compostezze da “devo” più che “vorrei”. Qui Pollara non c’è. E neppure il tempo di ricostruirla altrove. Qui mancano le nuotate e i fuochi d’artificio dalla terrazza. Quando non riuscivo a trattenere le lacrime. Quando un minuto durava ore. E bastava a colmare i vuoti dei giorni che sarebbero sopraggiunti. E che oggi sono.
Ho riposto le attese in nome d’un irrinunciabile distacco che non è il tuo. Ho scelto il passaggio silenzioso dei mesi che avvilisce i tuoi frastuoni. E neppure lo volevo. Solo tu non c’eri. E io vedevo appena me.
Porgerti le mie scuse sarebbe come scusarmi d’essere stata prima di te. E per rinascere era già troppo tardi trentasette anni fa.

domenica 25 settembre 2011

Walking dead

Ho una Moleskine nuova. Rossa. Ho una storia di occhi. Rossi. Ho un regno animale di cui sconoscevo l’esistenza. E abiti non miei sparsi per casa. Ho una vita tutta nuova. E un futuro innanzi. Nero.
Depenno propositi. Uno dopo l’altro. Crogiolandomi in un’ipocrita attesa che concede tempo al tempo. E intanto spreca ore.
Il disordine di giorni senza eredi mette a disagio i pensieri. Mentre non so farmi piacere le presuntuose speranze da hic et nunc. Le stesse che strappano piagnucolosi sorrisi. E orgasmi.
Non so articolare frasi per sottrazione. Al contrario vomito interi periodi. Prima di tacere per ore.
Io sono altro. Pur sempre indefinita nell’indefinito, sono altro. Senza peso specifico. Coi miei vuoti. Con le attese febbrili e i disincanti appena dietro l’angolo.
Perdo puntualmente terreno innanzi alle cose che mi fanno paura. Tutte senza nome. Tutte schifosamente puntuali. Però.
Reduce di un’esistenza esigibile, apro gli occhi ogni giorno sperando di non fare ciò che faccio. Quando li chiudo è già tardi. E io ho fallito ancora.
Stendo inquietudini insieme alla biancheria che non odora mai. Sfilo via espedienti dall’armadio e me li metto addosso. Abbinandone diligentemente i colori. Non so dire neppure se qualcuno se ne accorga.
Mi racconto qui. Le poche volte che ne ho voglia. Il nulla a ogni ora in agguato. Così che camminare immobile mi risulti sopportabile.
Sono un’indecifrabile schizzo senza epilogo. Sono il ripiego della non vita. Sono l’urlo sussurrato. La nota stonata. Il vaso sanguigno ostruito.

venerdì 29 luglio 2011

All inclusive

Amandine che precorre la sveglia. Che ha in mente e sul taccuino mansioni da segretaria e rate da espiazione. Maquillage antimeridiano e occhiali da sole a mascherare lo scombussolamento delle ore precedenti.
Caffè sigaretta caffè sigaretta caffè sigaretta. Sono rade le certezze. E avvelenarsi è un po’ come esser soli. Non si finisce più. Le pause solo stronzate che a volte ci raccontiamo. Sempre più di rado. A dire il vero.
Il vento scuote capelli. E pensieri. Rifulgono occhi. Ma i drammi restano talmente opachi che le lacrime vanno inghiottite dopo i pasti. Senza contagocce. Ché si sa perfettamente a quanto ammontino oggi.
Gli sguardi dei passanti l’attraversano. Ai volti imparati sorrisi destinati sulla carta. Parole solo se strettamente necessarie.
Questa mattina Amandine porta a spasso turbamenti di vecchia data. Il maledetto scherno di un destino sempre uguale. Il “no” che resta in gola. Innanzi allo spettro d’una solitudine a mezzo servizio.
“Il pacchetto comprende:…” dice Madame G. E Amandine dovrebbe trovare il coraggio di proseguire.
Ché i piatti sono ancora nel lavello. Ché qualche ripiano è già impolverato. Ché il frigo è nuovamente vuoto. Ché i disinfestanti durano una settimana appena. E lei fa tutto da sola. Si sappia.
Anche vivere.

venerdì 1 luglio 2011

A metà senza meta

Un altro giro di boa. Sei mesi. E il solito giocattolo cui si dà la carica. Io. Sospesa tra il desiderio di essere azionata e quello di finire nella cesta dei giochi che non si usano più.
Ho perso l’innocenza senza accorgermene. Mi sono portata più in là, a piccoli passi, quando la barbarie della vita è precipitata addosso a quella che non ero mai stata. La fuga che elude il confronto necessitava allora corse impossibili. E io troppo spesso ho avuto il fiato corto del coraggio a metà. Ho covato dentro un senso di irrisolto che esigeva decisioni. Per svenderlo in una risata. Ed esorcizzare con qualche lacrima il terrore che una decisione non vi fosse.
Un universo sempre sul punto di piovere. Io lì. Nuvola che non precipitava.
Margini e argini ai lati dei quali ho perso il senso di me. E traiettorie che accavallavano volti mai più visti negli occhi della memoria.
L’oggi di mezzo anno mi mastica un altro po’. Domani già mi sputerà via.
E in una sera come questa ho bisogno di fare scorta di tutto.
Senza mani che quel tutto possano afferrare.

mercoledì 22 giugno 2011

Una costante verticale

Il gatto ha sempre nove code. E la gatta si scotta sempre sul tetto.
Non ho mai previsto il giorno dopo. Ma il postulato felino ne ha confezionato tutte le volte uno. E io mi sono scottata. Scontato, e senza sconti. Come il mal di gola dopo il climatizzatore. Come i sensi di colpa dopo il gelato. Come il finale di un romanzo di Kinsella. Quella da decalogo. Quella che se la leggi hai un piercing sulla lingua. E sei irreparabilmente fottuto.
Oggi il gatto dimora nel cervello. E i topi si nascondono in tasca. Impauriti. A rivivere mille e mille volte un istante. Sopraffatti dalla smania di essere. Incuranti della probabilità d’essere divorati. E con lo sciame negli occhi.
Oggi il desiderio di afferrare un sospiro è più forte della rinuncia a respirare.
Oggi c’è un uccello dalle piume di cristallo da vedere. E da vivere.
Ché persino i muri di Berlino cadono innanzi all’inatteso.
E io voglio riservarmi di cadere appena poco più in là.