Finito il tempo delle mele. Non resta che assumere proteine. E sperare che passi. Ho abbozzato sorrisi vitaminici. Per rassegnarmi ciononostante ai malanni della stagione invernale. Come del resto ai tormenti di sempre.
Così oggi non importa se fuori c’è il sole. Io ho comunque freddo. E il gelo del mio eremo di carta si abbarbica su quella carne che neppure ero certa di avere.
Ho banchettato con allucinazioni che sapevano di cioccolatini assortiti. Ma non ho mai digerito. E gli incubi della notte esasperavano i sensi di colpa del giorno dopo. Debolmente prostrati dalle benzodiazepine che ancora adesso mi centellino. Fino alla dipartita dell’ultima attesa. E di me.
Temo non mi possa più dare. Per la disadorna ragione che non ci sono. Nei non luoghi del mio compunto sopravvivere come nelle ebbrezze dell’altrui vivere. Nella lista delle cose da fare come nell’oblio di incombenze che spettavano a me sola. E che ora non abitano più qui.
Restano un mucchio di voliere. Vuote. E il cinguettio che non odo.
Da quando i gabbiani hanno raccontato di avere visto il raggio verde ho desiderato che tutti lo vedessero.